San Giovanni Battista

25 Marzo 2019 0 Di admin

Avete problemi per riporre gli abiti invernali, non sentendovi di esporli alla rugiada della notte di San Giovanni Battista?
Il vostro figlioletto è innegabilmente delicato, e con impegno affronta una malattia dopo l’altra.?
Per interrompere la serie, sottoponete i suoi indumenti alla stessa guazza: la quale, peraltro, conferisce singolari virtù alle piante medicinali in genere. Sino all’ultimo scorcio dell’800, a quest’ultimo proposito, la mattina del 24 Giugno si teneva sulla piazza della Cattedrale un vivace mercato, specie di frutti d’olmo, giudicati efficacissimi nei confronti di ferite d’ogni tipo…

È naturale che simili credenze si sviluppassero in passato attorno al giorno del Battista: Genova dopotutto ne vanta le reliquie, portatevi nel 1098, e per altri nell’anno successivo: durante la prima Crociata, comunque, quando il fervore mistico spinse i popoli cristiani a trasferire in Occidente le più venerabili spoglie.

I Genovesi si recarono per l’appunto a Mira, in Licia, per impossessarsi dei resti di San Nicola, ignorando d’esser stati preceduti dai Baresi; tuttavia, quando seppero di chi fossero le reliquie superstiti, non si dolsero di certo. Divisero le ceneri su varie navi, per correre il minor rischio in caso di naufragio, ma secondo la tradizione il mare fu tanto agitato da mettere a repentaglio l’intera flotta. Soltanto quando un sacerdote persuase i responsabili a riunire i resti sulla galea capitana, le acque si placarono: episodio che portò in seguito a ricorrere al Santo per ogni minaccia che i flutti recassero al porto, trasportando le sue ceneri sino al molo, nelle più terribili tempeste, accompagnate dall’Arcivescovo…

Fu proclamato patrono di Genova nel 1327; da quell’anno, in occasione della festa le autorità resero omaggio in Cattedrale ai suoi resti, in corteo, con fiaccole da offrire all’altare, unitamente a un pallio d’oro di valore compreso fra le 500 e le 800 lire. Perché gli stranieri potessero partecipare alla solennità, nella circostanza si istituì un salvacondotto da concedersi a chiunque e valevole per tutta la città.

Reliquie tanto prestigiose richiamarono i devoti più illustri. Ben dieci pontefici resero loro omaggio, da Gelasio II, che nel 1118 ne riconobbe formalmente l’autenticità, a Pio VII, ultimo della serie, che vi fu nel 1815, riacquistata la libertà dopo la caduta di Napoleone. Impossibile, del resto, risulterebbe un elenco completo dei visitatori di rilievo, fra cui Federico Barbarossa e Pietro d’Aragona, sino a Vittorio Emanuele II, nel 1842, che con l’appena impalmata Adelaide anche seguì il solenne pontificale e la processione.

Triregni, corone, ma soprattutto festa dei più umili. Già nel 1000 risplendevano i falò e le luminarie, e dal 1200 si accesero le “folgori” –“fùrgai” in lingua genovese – il cui uso s’era appreso dagli Arabi; e non meno popolari risultavano gli alberi della cuccagna e le danze, nelle quali “i fanciulli tutti – come riportano gli «Annali» del 1227 – empivano di lieti canti la città e dove anche le vecchie ballavano e si reggevano sopra un sol piede”…

Ma ancora all’inizio del Novecento la festa era più che sentita. La richiesta da parte di “battosetti” (ragazzini) fieri e non troppo puliti, cominciava ben prima: “Ninte pe San Giovanni?”. E la domanda era accompagnata dall’esibizione di scatole di cartone o barattoli da conserva tintinnanti di monetine, magari rinforzate da bottoni e piccoli sassi, per spingere ad una maggiore generosità. I soldi raccolti servivano all’acquisto di minuscole mongolfiere di carta da innalzare verso il cielo notturno – preghiere, dopotutto, per il Patrono – con l’equipaggio d’un lumino; anche fasci dei soliti “fùrgai” e più modesti fuochi d’artificio, in grado soltanto di scoppiettare e correre terra terra spaventando qualche donnetta, epperciò detti “scoriserve”…

Era ai falò, tuttavia, che si dedicavano le cure maggiori, raccogliendo oltre i soldi casse sgangherate, sedie spagliate, qualsiasi cosa da cui scaturissero fiamme e permettesse poi di discutere con impegno sulla superiorità in materia di quelli della Marina, della Foce o di Sarzano. E per raggiungere il primato sugli altri quartieri si poteva arrivare al memorabile gesto dell’erculeo Martin, appunto della Foce, che un anno per spirito campanilistico ma anche per un’eccessiva libagione prelevò da casa il divano buono e lo sacrificò sul rogo, malgrado le suppliche e i saltellìi della consorte… Né meno curate erano le “grotte” o “gexette” (chiesette), specie di capanne di frasche e fiori costruite lungo il tragitto della processione, le più pretenziose con laghetti e zampilli, a ricordare la grotta di Terebinto dove il Battista dimorò.

Tornando tuttavia ai falò, ricordiamo che le coppie legate da recente amore proprio da quelle fiamme traevano un tizzone: dalla durata del suo ardere si ricavavano auspici per il buon esito o meno dell’unione. Più prosaicamente, le mamme badavano a cuocervi un certo numero di cipolle: si sarebbero mostrate ottimo rimedio contro i vermi e la febbre infantile. In paesi dell’Imperiese, poi, nell’occasione ognuno accendeva un fuoco dinanzi alla porta di casa: doveva servire a scongiurare per congruo tempo invasioni di formiche…

Verosimilmente la consuetudine dei falò – estesa a tutti i popoli, al sud come a settentrione – è ancor più vecchia del cristianesimo, ricollegandosi alle remote feste del solstizio, della gioia per l’inizio dell’estate; e qualcosa di pagano conservò nei secoli. Le fiamme non erano soltanto dedicate al Battista: servivano pure a tener lontano le streghe, che proprio in quella notte tentavano con impegno particolare di penetrare nascostamente nelle case. Le cautele al proposito non erano mai troppe, per cui nei paesi liguri pendevano dalle finestre olivi benedetti, e agli usci venivano appoggiate scope in quantità: questo perché le streghe stesse, spinte da un costante quanto inspiegabile impulso, fossero indotte a contare uno ad uno gli steli di saggina, sbagliando e tornando ogni volta daccapo, finché per stanchezza rinunciavano in ultimo a varcare la soglia.

Anche il piatto caratteristico di quel giorno, le chiocciole – che i genovesi si ostinano a chiamare “lumache” – rappresentano in fondo un esorcismo: gustosissimo, sia detto per inciso, se non si nutre soverchia antipatia per tali animaletti. Tutte quelle cornine inghiottite davano una particolare difesa “interna” proprio nei confronti delle streghe, e se volete dei guai in genere. Come un oste di Roma – dove vige la stessa tradizione – spiegò a Riccardo Morbelli, “Le corna di queste bestioline sono simboliche e fanno pensare alle corna della discordia, inghiottite le quali, ogni rancore scompare”. Meglio, quindi, concedersi le più ampie quantità.

Riso co preboggion (Riso col preboggion)

Lumasse accomodae (Chiocciole in guazzetto)

Sc-ciumette (Spumette)