Martedì Grasso

25 Marzo 2019 0 Di admin

Per secoli il Carnevale rappresentò a Genova il ciclo festivo di maggior importanza. A partire dal 17 gennaio, giorno d’inizio, la città appariva mutata, la tradizionale serietà era abbandonata: nel 1200 – caso limite – in questo periodo addirittura venivano rimossi o nominati i funzionari, e concesse dilazioni alla restituzione di prestiti…

Una data attesa da tutti con gioia crescente, ad eccezione del Governo, che vedeva aumentare a dismisura i grattacapi; di qui una mole impressionante di minacce le più gravi, di “grida” perentorie, che ebbero il solo difetto di essere quasi sempre ignorate.

La danza, intanto, costituiva il maggior cruccio per le autorità. Si ballava in ogni luogo, con impeto da tarantismo, senza distinzione di classe e di censo. “Festoni” per i più abbienti, “a porta aperta” o “a porta chiusa” – ossia trattenimenti pubblici o privati – e “Lanternette” per il popolino, dette così per il minor dispendio di lumi. Quanto ai monelli non ancora attratti dalle delizie di Tersicore, trovavano invece altro sfogo all’esuberanza carnevalesca: scagliare frutta convenientemente fradicia e uova in età canonica sui più eminenti copricapi e su quanti nobili lombi capitassero a tiro utile.

Anche le maschere, nella fabbricazione delle quali Genova eccelleva, rappresentarono una secolare fonte di preoccupazione per i responsabili: un bando del 1442, ad esempio, condannava “l’usanza dei mimi, che vagano qua e là colla faccia velata, commettendo molti delitti”. Le relative denunce venivano premiate con un fiorino. La proibizione, più volte rinnovata, valeva naturalmente anche per le donne, e a questo proposito traduciamo dall’aspro linguaggio arcaico un passo del poeta cinquecentesco Foglietta, che mostra curiosi addentellati col presente: “Che giova rinnovare ogni anno i divieti di portare le maschere anche da parte delle donne, se sul viso usano sempre quattro dita di denso bianchetto?”…

Nel 1700, poi, il ballo trovò un grande rivale nel teatro, gradatamente cresciuto sino a godere di eguale popolarità: intense “stagioni” al “Falcone” di via Balbi, al “Sant’Agostino”, al più dimesso teatrino delle Vigne, e in un nugolo di piccoli locali in città e nelle riviere. Da biglietti di protesta tuttora conservati, si sa che nel 1768 a Chiavari vennero organizzate rappresentazioni addirittura nell’ospedale, con comprensibilissimo disagio dei ricoverati, e altrettanto avvenne poco dopo a Sanremo e Taggia…

Ma anche quando la sede degli spettacoli era più opportuna, non minori erano le querele dei bempensanti, soprattutto per l’immoralità dei testi: vere campagne di rimostranze sollevarono ad esempio, nel 1773, un “Ballo del Pulcinella” con un Pulcinellino illegittimo, e un “Ballo del filosofo inglese” con il povero dotto distolto nelle sue meditazioni da due procaci fanciulle.

Rotolarono le generazioni, vennero rinnovate sanzioni e limitazioni, ma le cose non mutarono molto in fatto di danza e teatro. “Si balla mediante una carta d’invito, si balla per denaro, e si balla per niente -scriveva la «Gazzetta Nazionale della Liguria» nel carnevale dell’anno 1800 – A dispetto della stagione e della decenza, piglia piede la libera foggia di vestirsi, anzi di spogliarsi (…). Avete ancora l’anima dolcemente compresa della deliziosa walse che si suona in piazza Nuova, che già vi sentite scuotere l’orecchio dalle rapide Alessandrine o dalle volubili Controdanze che vi suonano ai Giustiniani”…

A palazzo Giustiniani, infatti, nella via omonima, si tenevano i “Festoni” più eleganti, riservati alla “haute”: non era da tutti, ne converrete, spendere 80 centesimi per una serata, e lire 8 per l’abbonamento all’intero ciclo, anche se questo comprendeva ventotto trattenimenti. Gente di più bassa estrazione vi comparve soltanto a partire dal 1830, quando vennero snelliti notevolmente i prezzi per reggere la concorrenza coi nuovi veglioni del “Carlo Felice”; sicché, sempre più scaduto di tono, il palazzo Giustiniani venne nel 1849 venduto, e il suo lussuoso interno trasformato in un alveare di piccoli appartamenti.

Seguitissime, in passato, anche le sfilate di carrozze nelle vie del centro, con larga partecipazione dei nobili. Una gentile battaglia nasceva tra le vetture e i pedoni tutt’attorno: dalle prime le dame gettavano mazzolini di fiori, mentre da terra i cavalieri rispondevano con gusci d’uovo ripieni di profumi. Dalle carrozze si passò poi al “carossezzo”, che conobbe la maggior fortuna attorno alla metà del secolo scorso. Una sfilata di carri col chiassoso carico delle maschere più diverse: Arlecchino, Pulcinella e gli altrettanto allegri compagni delle varie regioni d’Italia, ma altre ancora, tipicamente genovesi…

Fra queste ultime più popolari erano le figure del “Paisan” e del “Marcheize”, impegnati nelle “parlate”, dialoghi in rime improvvisate che che permettevano di scherzare sui vari aspetti della vita cittadina, mettendo in risalto vizi e difetti delle rispettive classi sociali; ma il “Paisan” anche gettava tutt’attorno generose manciate di castagne secche, apprezzate dai bimbi quanto confetti. Immancabile era pure “o Mègo” (il Medico), con l’enorme parrucca, la lunga veste nera, un librone e l’allarmante “servezià”, ovvero un clistere a siringa di notevolissime proporzioni: appena giunto dalla Francia, come dichiarava, illustrando strampalate novità scientifiche mescolava parole italiane, francesi, latine e genovesi in un guazzabuglio di strafalcioni. La “Balia”, infine, si affidava a effetti comici più immediati: un giovanotto in veste femminili, cullante un gatto fornito di cuffietta, bavaglino e fasce. Lo spasso nasceva proprio dagli sforzi del felino per riavere la libertà, e dai tentativi opposti di chi pretendeva continuare a ninnarlo e magari nutrirlo con un grosso poppatoio. E in quei giorni decisamente pazzi non era raro imbattersi, nelle vie del centro, in qualche micio ancora innervosito, con la cuffia di sghembo e le fasce che andavano srotolandosi…

Considerevole, ovviamente, l’aspetto gastronomico del carnevale, specie del pranzo ammannite il Martedì Grasso: una sorta di “pieno” prima dell’austerità imposta dalla Quaresima, un tempo osservatissima. Frequenti i piatti di carne suina, un po’ il simbolo dell’opulenza, tradizionali le “bugie” che chiudono il rito del giorno, ma addirittura “obbligatori” i Ravioli.

“L’ùrtimo giorno de Cadeva, de ravieu se ne fa ‘na pansà”: l’ultimo giorno di carnevale, appunto, occorre fare una scorpacciata di Ravioli. Nella sinfonia della cucina ligure un leit-motiv che ritorna con insistenza, una sorta di credo laico. Il nostro Antonio Maria Pozzuolo, del resto, così rimava nel ‘700: “Ogn’uom, che non gradisce i ravioli, / ha un gusto erroneo, acerbo e dispietato, / bestia è, non uomo, o uomo bestializzato”…E quando, nel ‘600, il pittore Gian Battista Gaulli, il genovesissimo Baciccio, preso da nostalgia minacciava di abbandonare gli affreschi nella chiesa romana del Gesù, il generale dell’ordine, egualmente ligure, per vincere lo scoramento non trovava di meglio che fargli servire sulle impalcature stesse maiuscole porzioni di Ravioli.

Paganini, ancora, scriveva nel 1838 ad un amico: “Ogni giorno di magro e anche di grasso, sopporto una salivazione rammentando gli squisiti ravioli che tante volte ho gustato alla tua mensa”; e l’anno successivo, quindi quasi al termine della vita, per esaudire una richiesta ne stendeva la ricetta, nitida e precisa quanto uno spartito: “Per una libra e mezza di farina – citando almeno l’inizio – due libre di buon manzo magro per fare il suco…”

Costiggeue de porco (Costine di maiale)

Cousciò strascinòu (Cavolfiore al verde)

Boxie (Bugie)