Capodanno

24 Marzo 2019 0 Di admin

Grande importanza si prestava a chi per primo era incontrato, fuori di casa, la mattina di Capodanno. Intanto, portava bene vedere un uomo: per la considerazione – non certo femminista – che fu creato prima della donna, e finché rimase solo si mostrò pio e innocente… Incontro favorevole, anche, era quello con un vecchio o un gobbo; sfavorevole invece se si trattava d’un bimbo, di un prete oppure di un medico. Accettabile la spiegazione: il vecchio è augurio di lunga vita, il bimbo del contrario; il gobbo è in ogni circostanza considerato di buon auspicio, non così il prete – a differenza del frate – per il colore dell’abito e per il fatto che è compito suo portare l’estrema unzione. Pessimo augurio, infine, incontrare una suora, simbolo di penitenza, oppure un carro funebre – per cui non occorrono spiegazioni – o anche una donna incinta; e ciò per lo stato di impurità che gli antichi attribuivano alla gravidanza. Almeno nel Ponente, tuttavia, non era difficile scongiurare gli influssi degli incontri negativi: bastava sputare per terra.

Tutta la giornata, del resto, era volta alle predizioni. Si annotavano così sul nuovo calendario le condizioni meteorologiche del corrente 1° Gennaio: sereno, pioggia o neve che fosse, quello sarebbe stato il carattere prevalente dell’intero mese. Egualmente, il giorno 2 avrebbe fornito previsioni sul Febbraio, il 3 su Marzo, e via dicendo, fino al giorno 12, che si sarebbe pronunciato sugli umori del successivo Dicembre. Una pratica, quella delle “Calende”, diffusa peraltro in numerosissime regioni, e di cui si hanno testimonianze bizantine fin dal secolo X.

Ma i liguri hanno sempre badato agli affari, e proprio a questi era legata una consuetudine seguita in molti centri del Levante, e specialmente dell’entroterra di Chiavari.

Un chicco di frumento, dunque, era posto sulla superficie del focolare dal capo di casa, e da questi interrogato nel silenzio dei familiari, dopo speciali preghiere: nel mese di Gennaio, il costo del grano sarebbe salito o sceso? Il chicco in quella posizione si riscaldava, tanto da fendersi e schizzar via: se in alto, si credeva ad un aumento del prezzo, se in basso il caso contrario. L’operazione si ripeteva con un altro chicco per Febbraio, e così via, sino al dodicesimo mese. Conoscere – o meglio, illudersi di conoscere -il prezzo del frumento era in passato di particolare importanza, trainando esso il valore degli altri generi di prima necessità.

Anche il pranzo aveva particolare valore di augurio. Fulcro delle portate poteva essere quel giorno un pollo? Nient’affatto: ciò comportava il rischio di attirare sulla famiglia un intero anno di guai. Gallo e gallina, infatti, razzolando spostano dietro di loro terra e sassolini: allegoria della dissipazione. Più confortante, al proposito, il comportamento del maiale, che grufolando raduna terriccio davanti al muso, rappresentando un simbolo di accumulo, di arricchimento. La carne suina, quindi, prevarrà nel menù di Capodanno: con un suntuoso arrosto, e anzitutto col sugo che condirà i “Corzetti tiae cò-e die” (i corzetti modellati con le dita).

Una pasta singolare, originaria della Val Polcevera. Fatica particolare delle donne di quel territorio, che usando appunto le dita come pinze allungavano e pizzicavano dolcemente pezzetti di pasta non più grandi d’un cece, sino a formare un piccolo 8. Col debito condimento, decisamente il numero perfetto, in barba al pitagorico 3.

Seguivano un fritto fiabesco, i dolci e le frutta, costante corollario a tutto il ciclo natalizio, infine un altro elemento beneaugurale: l’uva bianca, conservata appositamente, così simile a monete d’oro… Un pranzo, comunque, da affrontare con qualche indumento nuovo: infatti, “Chi rinneuva a-o primo de l’anno, renneuva tutto l’anno” (Chi rinnova a Capodanno, rinnova per tutto l’anno).

Corzetti tiae co-e die (Corzetti alla polceverasca)

Tocco de porco (Sugo di maiale)

Rosto de porco (Arrosto di maiale)

Patatte arrostie (Patate arrosto)

Frito misto (Fritto misto)

Uga pe-o primmo de l’anno (Uva per Capodanno)
Tendere alcune funicelle da un lato all’altro d’una stanza fresca, areata e asciutta; appendervi i grappoli di uva regina, matura e sana, preferibilmente con chicchi non troppo fitti – disponendoli a sufficiente distanza fra loro. Controllare periodicamente, eliminando gli acini che si saranno deteriorati.
L’uva così conservata non apparirà perfettamente levigata, ma acquisterà in sapore.